DAZI, USCITA DALL’EURO E GLOBALIZZAZIONE

Il dibattito economico è dominato in questi giorni da due temi. Da una parte i dazi voluti dal presidente USA, che rischiano di innescare una guerra commerciale. Dall’altra il lungo percorso che ha visto nascere il nuovo governo italiano, caratterizzato dalla discussione su di una nostra possibile uscita dall’euro.

Non voglio parlare del primo tema, che vede il deficit commerciale USA come causa scatenante delle decisioni – per me non condivisibili – di Donald Trump. Anche se credo che la responsabilità vada ricercata pure nelle posizioni della Germania che, con le sue scelte di politica economica – e non solo con la forza delle sue aziende – è alla base di questo deficit commerciale. Voglio invece esprimere il mio parere su di una nostra possibile uscita dall’euro. Senza addentrarmi in considerazioni macroeconomiche (riconversione del debito, stampa di denaro, ecc.), ma provando solo ad immaginare gli effetti che una tale decisione avrebbe per le imprese; senza la pretesa di essere esaustivo.

Sono spaventato dalle conseguenze che tale decisione potrebbe avere sulle piccole imprese con le quali collaboro quotidianamente. Lo slancio che potrebbero avere le nostre esportazioni da una svalutazione della nostra moneta (conseguenza ovvia dell’uscita dall’euro) avrebbe il fiato corto a causa della ripresa dell’inflazione che ne seguirebbe. Pensate a quante materie prime importiamo e come ciò riaccenderebbe la spirale aumenti salariali e poi aumenti dei prezzi dei prodotti. Una svalutazione è un aiuto limitato nel tempo e che non risolve i problemi strutturali della nostra industria. E’ come se durante una gara ciclistica in salita fossimo aiutati dalla pedalata assistita per qualche decina di metri, poi torniamo a pedalare senza aiuti.

Le nostre piccole imprese poi, oggi possono calcolare i propri listini senza grosse incognite sui costi ed esprimere i prezzi in una valuta che viene accettata da tutto il mondo. Come sarebbe complicato tornare indietro e dover convertire i listini dalla lira in dollari o in euro; perché alla fine è questo che i nostri clienti pretenderebbero se vogliono acquistare i nostri prodotti. Con i relativi rischi di oscillazione del cambio, sempre complicati da gestire per una piccola impresa.

C’è poi da considerare il danno d’immagine che il paese subirebbe, che non è una cosa astratta. Si traduce molto semplicemente in un giudizio di minore affidabilità anche per il paese e di riflesso anche per le imprese. E con l’enorme concorrenza che ci troviamo a dover fronteggiare ogni giorno, non è certo un aiuto essere considerati meno affidabili.

Ho appena terminato di leggere il libro Esportare l’Italia di Antonio Belloni. Sono molti gli spunti ma mi ha colpito soprattutto l’immagine con la quale si paragona la globalizzazione alla lenta deriva dei continenti. Un processo lento ma irreversibile. Che però dal punto di vista economico agisce proprio al contrario rispetto all’allontanamento dei continenti, contribuendo cioè a creare un mercato sempre più interconnesso. E questi maggiori e sempre più intensi legami tra i vari mercati, rendono difficile stimare fino in fondo gli effetti di una nostra uscita dall’euro per le nostre imprese. A mio giudizio, comunque, in prevalenza negativi. Brexit docet.