Ad agosto, il Sole 24 Ore ha pubblicato due contributi – a firma di Giuliano Noci e Carmine Fotina – che ci hanno fatto riflettere sull’evoluzione dell’export italiano.
Ne è emerso un quadro meno drammatico di quanto spesso si racconta, ma al tempo stesso chiaro: le imprese italiane hanno bisogno di aprire nuove rotte se vogliono crescere e ridurre il rischio di una concentrazione eccessiva su pochi mercati.
Dieci anni di surplus, ma non ovunque
Secondo i dati del rapporto Istat-Ice, negli ultimi dieci anni l’Italia ha registrato un surplus complessivo del 30%, con performance particolarmente positive in:
- USA e Canada (+17 miliardi),
- Paesi europei non UE (+28 miliardi),
- Oceania (+8 miliardi).
Al contrario, abbiamo perso terreno in mercati oggi estremamente dinamici:
- Asia orientale (–26 miliardi),
- Asia centrale (–8 miliardi),
- Africa (–14 miliardi).
Mercati maturi e mercati emergenti: due sfide diverse
Come molti hanno osservato commentando il mio recente post su LinkedIn, esportare negli Stati Uniti è “più semplice”. Si tratta di un mercato che conosce e apprezza il prodotto italiano, dove il potere d’acquisto è elevato e la nostra offerta ha una reputazione consolidata.

Ben diverso il discorso per i mercati del Sud-Est asiatico, africani o sudamericani: qui la concorrenza cinese è presente da anni, spesso con logiche di prezzo aggressive. In queste aree il brand Italia non ha ancora la stessa forza che nei mercati maturi, e la variabile prezzo continua a giocare un ruolo determinante.
Perché serve cambiare rotta
Eppure, nonostante le difficoltà, credo che le PMI italiane non abbiano alternative: se vogliamo crescere e soprattutto distribuire il rischio, dobbiamo imparare a guardare a questi mercati emergenti.
Restare ancorati soltanto all’Europa o agli USA significa rinunciare a spazi di sviluppo futuri e dipendere in modo eccessivo da poche aree geografiche.
La sfida per le PMI
Per una piccola o media impresa italiana, affacciarsi su mercati così lontani non è semplice. Richiede:
- analisi preliminari solide,
- la capacità di individuare i partner giusti (distributori, agenti, importatori),
- una strategia di medio periodo, che tenga conto delle barriere culturali e delle dinamiche locali,
- e, sempre di più, una buona presenza digitale.
Le PMI non possono permettersi di partecipare a decine di fiere in giro per il mondo, ma possono e devono investire in una vetrina digitale ben fatta, capace di comunicare professionalità, raccontare i propri prodotti e diventare un primo punto di contatto credibile per nuovi clienti e distributori.
Conclusione
Ogni settore ha regole proprie: non esistono soluzioni valide per tutti.
Proprio per questo metto a disposizione strumenti che aiutano a capire non solo quali mercati siano più dinamici, ma anche quali contatti possano davvero trasformarsi in opportunità concrete.