Diego Sala, CEO di Siam Trade Development, società di consulenza regolatoria in Thailandia, ha gentilmente scritto questo articolo per il mio blog.
Ieri sera, mentre cucinavo una pasta (rigorosamente italiana), mia moglie e mia figlia — thailandesi — guardavano incuriosite il video di Smooth Criminal di Michael Jackson. Senza sapere chi fosse. Ciò mi ha ricordato una cosa: culturalmente siamo molto più lontani di quanto pensiamo.
Vivo in Thailandia dal 2015 e frequento questa area per lavoro dal 1993. Ogni giorno affrontiamo differenze culturali profonde, che spesso sono la chiave — o il limite — per fare business in Asia. Alcune culture sono davvero distanti dalla nostra: quella coreana e quella cinese più di tutte.
E gli italiani? Quasi assenti. La comunità italiana è piccola, poco coesa e concentrata soprattutto su hospitality e Food & Beverage. Gli investimenti industriali veri si contano sulle dita di una mano.
Perché gli italiani non investono?
Perché non conoscono davvero il mercato. La Thailandia finisce spesso nella lista dei Paesi da “provare”: si partecipa a una fiera, si consegnano cataloghi, si raccolgono sorrisi… e poi arriva il classico giudizio affrettato: “Qui non c’è business”.
Falso. Il business c’è eccome, ma richiede un approccio diverso. Qui non si dice mai “no” in faccia: per educazione si ascolta, si sorride e basta. Se non capisci questo meccanismo, pensi che il mercato sia morto. Invece è vivo, dinamico e in crescita.

Qui devono vederti, conoscere te, fidarsi di te. Serve tempo: mesi, spesso anni. Serve localizzare, avere un referente locale, garantire consegne rapide e curare il post‑vendita. Nessuno ordina più dall’Italia via email: qui si compra via LINE (l’instant messenger obbligatorio per sopravvivere qui), e si vuole la merce domani. Quando entri, entri davvero: la classe media cresce, il potere d’acquisto aumenta e l’economia mantiene una sua direzione di sviluppo chiara.
Le percezioni italiane (spesso sbagliate) sulla Thailandia
- Paradiso tropicale: vero, ma non per fare impresa improvvisata.
- Meta del turismo sessuale: riguarda tre strade in tutto il Paese.
- Paese poco democratico: molti processi legislativi sono più trasparenti dei nostri.
- Paese che sfrutta i lavoratori: le tutele ci sono e funzionano.
- Paese instabile: i colpi di stato non hanno mai impattato aziende e investitori.
Ma allora perché tedeschi, francesi e svizzeri investono, e gli italiani no? Perché arrivano informati, con obiettivi chiari e aspettative realistiche. Noi spesso arriviamo con idee vaghe, aspettative turistiche e una fiducia eccessiva nell’improvvisazione.
L’ignoto spaventa. La conoscenza, invece, genera investimenti.
Le ombre: visti, burocrazia, limiti per gli stranieri
Il Paese è modernissimo nella vita quotidiana, ma nel business è ancora frenato da regole vecchie:
- Non puoi comprare terra.
- Visti brevi e complessi.
- Limitazioni ai lavori manuali.
- Obbligo di un socio thailandese al 51%.
Le grandi multinazionali hanno vie preferenziali. Le PMI no. E devono muoversi dentro queste regole, nonostante siano scomode.
Relazioni internazionali e futuro
Il Paese ha ottimi rapporti con Cina e USA, ha chiesto di entrare nei BRICS, fa parte dell’ASEAN e negozia FTA con l’Europa (Free Trade Agreement, cioè Accordo di Libero Scambio). Finché sarà possibile, mantiene i piedi in tutte le scarpe. Ma come nel caso delle leggi riguardanti gli stranieri, dovrà prima o poi scegliere una direzione. È questo il principale challenge del futuro del Paese.
Conclusione
la Thailandia – 71,6 milioni di persone – è un paese poco conosciuto, pieno di contrasti: gente che ti accoglie bene, opportunità vere, ma regole che ti faranno sentire escluso; serve tempo e pazienza. Per gli italiani: non basta visitare Bangkok tre giorni coi cataloghi. Serve capire, fidarsi e giocare sul serio. Chi decide di giocare sul serio, qui cresce davvero.
Diego Sala è CEO di Siam Trade Development, società leader in consulenza regolatoria in Thailandia.
Frequenta l’Asia dal 1993 e vive stabilmente a Bangkok dal 2015, supportando aziende internazionali nell’ingresso nei mercati asiatici — con particolare focus su Thailandia e ASEAN.
Esperto di normativa alimentare, integratori e dispositivi medici, unisce una forte competenza tecnica a una profonda conoscenza delle dinamiche culturali locali.
Per approfondire i servizi e le attività di Diego Sala:
👉 https://www.siamdevelopment.com/
articolo molto interessante, completo e approfondito
Grazie Marie-Claude
Investire in Tailandia se sei una PMI è complicato e caro per cultura e per le limitazioni evidenziate. Occorre, come giustamente scritto, avere una sede in loco e farsi conoscere (e questo già è un grande costo e presuppone una scelta di vita), ma soprattutto occorre sempre avere un commercialista e uno studio di avvocati, pagati fior di quattrini che ti tutelino. Nonostante questo, comunque molte piccole imprese sono fallite subito dopo l’apertura per i giramenti di testa dei tailandesi (quel 51%…). In sostanza apri bottega se hai un bel conto in banca, altrimenti, se parti con i soldi contati e se hai sfortuna di incontrare le persone sbagliate, puoi avere tutte le potenzialità del mondo, ma non sopravvivi. Ricordiamoci sempre che tra un thai e uno straniero, se succede qualcosa, e non ci sono testimoni lo straniero (volgarmente-da volgo-farang) non avrà MAI ragione (vedi gli incidenti stradali) e a amggior ragione nel business. Mi dispiace ma a mio avviso c’è un motivo per cui investono solo le imprese di grosse dimensioni. Non ci sono ancora le condizioni nonostante le potenzialità. Gli italiani (gli stranieri, se volgiamo generalizzare) che vivono là con un impresa consolidata, nella stragrande maggioranza dei casi hanno moglie tailandese e matrimonio che funziona bene (le due cose separate sono un altro rischio fallimento).
Grazie per il contributo, C. Bracci.
La tua testimonianza è importante perché ricorda un punto essenziale: la Thailandia non è un mercato “semplice”, né economico, né immediato. Le regole su proprietà, visti, quote societarie e tutela legale creano barriere reali, soprattutto per una PMI che parte da zero.
Il tema, però, è proprio questo: non è un mercato dove si può improvvisare.
Serve una scelta strategica forte, un presidio locale, partner affidabili e professionisti seri che tutelino l’impresa. E questo comporta costi e tempi non trascurabili.
Per questo, come evidenziato nell’articolo, le PMI che cercano un approccio “light” difficilmente trovano spazio; quelle che decidono di investire davvero – con struttura, pianificazione e presenza costante – possono invece costruire percorsi solidi. Non a caso, i casi di successo sono di aziende che lavorano in Thailandia da anni con modelli ben radicati.
La tua riflessione completa il quadro: le potenzialità ci sono, ma non per tutti e non in qualunque condizione. È un mercato che premia chi arriva preparato, consapevole e con orizzonte di lungo periodo.
Grazie ancora per aver condiviso un punto di vista tanto diretto quanto utile al dibattito.